Articolo comparso su "Il Gazzettino" del 11 novembre 2007 ad opera di Tito Maniacco
Vi
sono due correnti
che s'incontrano
e si scontrano
nell'opera
di Ivanoe Zavagno:
la calda
corrente naturale che costituisce
lo straordinario deposito
delle memorie dell'uomo della natura e che
da forma al mosaico - mosaico forse
è parola troppo
caratterizzata in un solo senso per dare la misura
del carattere
esplorativo dell'artista, ma
accettiamola
per la comodità esplicativa
-
e la fredda corrente industriale
che ha dato origine, nel crogiolo
delle grandi innovazioni della chimica
moderna, ai prodotti per
l'arte, perduto ormai con gli inizi del
XX secolo quel fare
che era la caratteristica del garzonato
nella bottega dell'artista - un tempo nessuno,
diceva studio, è mandare a
bottega il figlio, anche
se non nato nel matrimonio, non era disdicevole
per il notaio da Vinci come non lo era stato per i
genitori contadini di Giotto,
quando certamente lo era
stato per quel nobilastro che era il padre di Michelangelo.
Ma già ai tempi miei si
diceva al figlio,
come mi disse mio padre, va' nello studio di Fred, che Fred era Pittino.
Quando
non esistevano Istituti d'arte, i ragazzi dello
Spilimberghese andavano alla Scuola del mosaico
dove, appunto, Pittino
faceva il direttore e l'autore
dei cartoni, e così ha fatto il giovane Ivanoe che,
in ogni modo, per carattere ribelle
alle regole, e
i
suoi mosaici lo dimostrano a pieno, continuava a bordeggiare
lungo la faglia che divide
il mosaico dalla pittura, dove il mosaico era mestiere, cosa d'artigiani,
pur stimatissimi, ma in una società classista ha un senso forte
l'essere da quella
parte e la
pittura era arte,e l'arte
non dava pane, specialmente in
Friuli.
Così,
il buon lettore che faccia
il viandante e non il
turista lungo le pareti dell'antica abbazia dove sono
raccolte le opere di pittura e in
mosaico di Ivanoe Zavagno può avere il senso di quanto la storia
dell'arte, la storia della
pittura friulana debba
alla
storia del fare il mosaico,
perché se
il materiale
non influisce che
in maniera minore in
questa sorte di
virtuoso due che è la sonata che
compone il discorso, dando alla pittura
quel puro suono di violoncello che hanno
le sei suites per violoncello solo di Bach, al mosaico tocca l'estrosa
e a
volte stridente
irruzione del violino
con i suoi pizzicati
e le sue dissonanze
a volte aspre a volte
suadenti.
Così
mentre il repertorio materiale
della pittura
è rinchiuso nella
nomenclatura dei tubetti
dell'olio e della
tempera e dell'acrilico e nel liquido
e acido scorrere delle chine e dell'ecoline e degli
inchiostri, il
grande insieme di
sassi, tessere, cocci,
frammenti e scarti
di lavorazione di
fornaci e vetrerie che forma il bric-à-brac
sembra l'esposizione polverosa e minacciosa del negozio
d'antiquariato di
cui parla per pagine Balzac nel romanzo
La pelle di zigrino, una sorta, ebbe
a
definire nel 1913 Marcel Duchamp, di ready
made, (e cioè l'oggetto
trovato, alla lettera «già
fatto») dove l'appropriazione di un
oggetto di uso comune si trasforma,
per il suo inserimento in una composizione
artistica, in una superiore dignità. La
differenza però si vede nel grande spazio di Sequals
dove Zavagno ha
costruito il suo studio-capannone, proprio nei punti contro i muri
esterni in
cui si raccolgono in disordine cassette non già gli oggetti
ma i frammenti
organici del grande
mondo della natura e
degli scarti artigianali che
l'artista va cercando con il suo minaccioso occhi di falco che cerca
dovunque, scava dovunque, raccoglie dovunque o nei
letti dei torrenti dei
magredi
dello Spilimberghese o nelle discariche in cui recupera
frammenti di mattoni del
terremoto e coppi
di cui è in grado di dire a colpo sicuro e il luogo
di provenienza, per la
composizione del materiale
e l'epoca dove i
vecchi coppi battuti, l'uno contro
l'altro
emettono suoni dalla cui compattezza si
potrebbe intuire, appunto, la provenienza e più o meno
l'età.
Così
il mosaico a volte vibra
nell'assoggettamento
alla tradizione
aquileiese della tessera, che è quella che
distingue, poi, per i profani, un mosaico da un altro
prodotto d'arte, a
volte emette suoni minacciosi,
dissonanze
stridenti dovute al taglio irregolare e volutamente
casuale del frammento
trovato, si che la
superficie ribolle,
riluce, non già nella premeditata forma
dell'astrazione, che poi non
sarebbe nemmeno
la cifra enigmatica
dietro a cui si nasconde l'artista
che è istintivamente in figurativo,
ma nello sfruttamento
totale delle
caratteristiche organiche
del materiale
che,
come viene trovato, viene spezzato seguendo le antichissime regole
degli scalpellini
per i quali individuare la vena lungo cui scorre la rottura
di faglia del
sesso o della pietra era parte della natura stessa del
rapporto umano con le cose, così come un muratore campagnolo o montanaro non
avrebbe
mai costruito una casa contro la natura e la struttura
del
luogo in cui stava
edificando.
E
tale è Ivanoe
Zavagno, un artista compiuto
che segue con naturalezza
quel che ditta da
dentro il suo sasso il suo concio il suo cristallo
la sua pietra
e ad esse fa riferimento nel suo ricostruire il geroglifico
della composizione
che a volte, per il capriccio improvviso
della scelta delle dita che si sono
affacciate sulle cassette delle tessere tradizionali
impone un certo
tipo di discorso e a volte, per il moto del corpo
che si è affacciato lungo le pareti in cui
rilucono cupi o brillanti gli
scarti del lavoro
umano, un altro.
Stabilire
quanto siano casuali questi due diversi tipi
di moto è facile, più difficile, direi
impossibile
per
lo stesso artista, dire che perché
d'improvviso gli
arti hanno agito in un
modo piuttosto che in un altro.
Naturalmente
il cervello lo sa,
ma, enigmatico, se lo
nasconde per nasconderlo
al corpo che deve sapere
quel tanto che
deve sapere perché più oltre è
l'oscuro cammino degli dei che quando vogliono perdere l'uomo gli dicono
quel che non avrebbe mai dovuto sapere, quos deus
vult perdere dementai, come dicevano gli antichi
per i quali gli dei
facevano
impazzire coloro di cui
avevano già designato la morte.
Perché
tale è l'oscuro mondo
dell'arte, dove capita
che le intenzioni dell'artista vengano lette
più chiaramente da chi legge dal di fuori con animo
ben disposto che non
dall'autore che a volte si
nasconde dietro un falso ingenuo non sapere, come
capitò a Veronese dì fronte a un sospettoso inquisitore.
Noi
viviamo incespicando
nell'oscurità e molte volte
questa oscurità non è ignoranza.
L'arte
è una possessiva padrone che
probabilmente punisce chi fa mostra di saper troppo, così succede che gli artisti e
primi fra essi i
musicisti la cui
forma d'arte è la più
astratta in assoluto, si nascondono
dietro la tecnica, dietro i numeri e dietro
l'istinto.
Già
il fatto di svelare molte
cose che gli uomini in genere
non vedono è un
dramma profetico, ma fortunatamente ci si accorge molto tardi di questa
preveggenza
minacciosa, di solito quando gli
artisti sono
molti e si vede che il
loro disegno disvelava il futuro,
perché, probabilmente, niente avrebbe loro risparmiato un processo per
eresia di visione e conseguente abbruciamento.
Così
scorrendo lungo i lavori che
l'artista espone, pensiamo
e accingendoci a questa impresa, forse, vediamo,
e vedendo esprimiamo gratitudine e affetto.